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Dalla Lettera del Cardinale Carlo Maria Martini Arcivescovo di Milano in occasione del 1° Simposio Internazionale sulla Chirurgia

Il tema che vi proponete di affrontare e scandagliare nei suoi diversi aspetti è indubbiamente di grande rilevanza e non solo da un punto di vista prettamente scientifico, ma anche in prospettiva più globalmente antropologico e sociale. Le nuove tecniche di intervento già felicemente sperimentate e sulle quali intendete approfondire le vostre riflessioni e accrescere la vostra competenza, possono infatti aprire non poche persone alla speranza e aiutarle ad affrontare il momento sempre delicato e spesso traumatico della malattia, sia con maggiori prossibilità di debellare il tumore, sia con più ampie possibilità di permettere ai pazienti di condurre una vita nella quale i disagi vengono sensibilmente ridotti. Le accresciute possibilità di ritorno alla funzionalità fisiologica, evitando i gravi disagi ai quali erano destinati i pazienti stomizzati, una maggiore possibilità di continuare a condurre un’esistenza ricca di relazioni ad ogni livello e di rapporti e responsabilità in ambito sociale e lavorativo, lo stesso vantaggio economico derivante dalla sensibile diminuzione dei costi assistenziali sono tutti fattori che concorrono a fare delle tecniche conservative e ricostruttive un importante progresso della scienza medica, posta a servizio della vita delle persone e della sua qualità.

La creazione e l’utilizzazione di supporti tecnologici sempre più perfezionati e di tecniche operatorie sempre più conservative, senza intaccare tuttavia l’efficacia terapeutica dell’approccio chirurgico, rappresentano per tutti un motivo di impegno ulteriore. Nelle stesse tecniche possiamo vedere uno di quei molteplici "segni di speranza" ai quali fa cenno il Papa nell’enciclica Evangelium vitae, quando sottolinea che "la medicina, promossa con grande impegno da ricercatori e professionisti, prosegue nel suo sforzo per trovare rimedi sempre più efficaci" e annota che "risultati un tempo del tutto impensabili e tali da aprire promettenti prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita nascente, delle persone sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale".

L’auspicio, è che queste tecniche possano essere sempre più perfezionate e diffuse e che possa diminuire il numero delle persone costrette a interventi demolitivi e seriamente invalidanti.

Dalla lettera di Gino Paoli

L'opera e la conoscenza chirurgiche del Prof. LEO possono dare ai malati una qualità di vita migliore.
La sua grande aspirazione è che queste sue conoscenze e capacità possano essere apprese da più individui possibile, in modo che quello che oggi è privilegio di pochi, possa domani, diventare un bene alla portata di tutti.

Questo è lo scopo di tutte le iniziative che verranno intraprese da tutti noi che vogliamo dare il nostro appoggio.
Mi commuove la generosità di chi rifiuta il privilegio di una conoscenza in grado di procurargli onori e denaro, per regalarla al patrimonio comune dell’umanità.

Ho sempre pensato alla figura del medico in maniera forse un po’ romantica: la medicina non come mestiere ma come una vocazione di chi vuole dedicarsi al bene degli altri.
Forse anche Ippocrate la pensava così.

La caratteristica comune alle persone che amo e rispetto è la generosità. Ed una delle forme più alte di generosità è non tenere per sé ciò che potrebbe diventare un privilegio ma dividerlo con gli altri.

Dalla lettera di Enzo Biagi

Diceva il professor Antonio Gasbarrini, che fu archiatra di due Papi, che "la medicina che vuol essere umana deve rivolgersi alla persona tutta intera, corpo e anima, cosciente delle sue esigenze tecniche come delle sue responsabilità morali".

Albert Bruce Sabin, il grande ricercatore a cui si deve la scoperta del siero antipolio, che non volle per le sue intuizioni e le sue fatiche al servizio dei bambini del mondo ricevere neppure un dollaro, mi spiegò che compito dei medici è evitare l’umiliazione dell’uomo, e renderne dignitosa anche la fine.

Non si deve dunque lottare solo contro la morte e cercare di scoprire qualcuno dei segreti che determinano la grandezza e il declino della natura umana, ma anche contro quelle mutilazioni che allungano l’esistenza ma affliggono o mortificano, nella pratica quotidiana, chi è stato colpito dal male.

Ci furono vecchi ebrei che nei vagoni piombati che li portavano nei Lager morirono perché il pudore gli impediva di dare sfogo davanti a tutti, a donne e bambini, a irrevocabili necessità fisiologiche.

Nella guerra contro il cancro c’è anche il capitolo "tumore del retto" che nella cura comporta, oltre a geniali soluzioni chirurgiche, anche un grande rispetto per il pudore e il futuro del malato.

Sapere e farlo sapere è già un gesto generoso.

Dalla lettera del Direttore dell’Istituto di Chirurgia Generale ed Oncologia Chirurgica, Università di Milano - Presidente A.I.S.T.O.M., Prof. Alberto Peracchia

Nella mia ormai lunga pratica chirurgica ho sempre pensato con tristezza alla qualità di vita dei pazienti che avevano subito una amputazione del retto e che si risvegliavano con il famigerato "sacchetto" raccoglitore delle feci.

L’avvento di suturatrici meccaniche sempre più avanzate e la diffusione della pratica delle anastomosi colo-anali nei centri più specializzati, ha permesso una riduzione drastica del numero di stomie eseguite in tutto il mondo, rendendo la chirurgia del retto più conservativa e umana, nel rispetto della radicalità oncologica e soprattutto della integrità anatomica del malato.

Come attuale presidente dell’A.I.S.T.O.M., associazione che raccoglie una decina di migliaia di Stomatizzati e Incontinenti in tutta Italia e che vive quotidianamente queste problematiche, sento il dovere di appoggiare e sospingere qualsiasi iniziativa che permetta ai nostri assistiti un futuro migliore libero da menomazioni invalidanti, con un recupero sia in termini sociali che di qualità di vita.
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